L’estremo Ponente Ligure è un territorio antichissimo. Un territorio – si potrebbe dire, scherzando, ma anche no – da sempre vocato alla ricettività. Prova ne è il sito preistorico dei Balzi Rossi, le cui grotte sono frequentate dai nostri antenati da almeno 220 mila anni. Siamo al confine con la Francia, su una falesia magnifica e imponente che si affaccia sullo splendido e azzurro Mar Ligure. Un territorio antichissimo, dicevamo, e frequentato – e visitabile – ancora oggi.

Come raggiungere i Balzi Rossi
Partendo dall’Hotel Rosalia, si prende la via Aurelia in direzione di Ventimiglia come se dovessimo raggiungere Mentone. Superato il ponte sul fiume Roja si prosegue in direzione di Latte, bypassando Ventimiglia alta attraverso la lunga galleria che ci porta dalla parte opposta del promontorio.
Superato il piccolo abitato di Latte, giunti a un bivio si prende la via a sinistra che sovrasta la ferrovia e il mare. Percorriamo una prima breve galleria che passa al di sotto dei Giardini Hanbury e un’altra, più lunga, aperta nella falesia di roccia rosata, dopodiché ci troviamo al confine con la Francia. Se proseguiamo superiamo il Confine di Stato; a noi però oggi non interessa, perciò svoltiamo a sinistra, dove lasciamo la macchina presso un piccolo parcheggio ombreggiato dai pini.
Se guardiamo le fotografie di circa un secolo fa, vediamo in questo punto un elegante edificio a picco sul mare, stretto tra la falesia verticale e gli scogli: era il Casinò in stile liberty (pesantemente bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale). Alle sue spalle una alta struttura in ferro collegava la sommità della falesia con il livello del mare ed ospitava un panoramicissimo ed altissimo ascensore (tra i più alti d’Europa) smantellato negli anni ’60 del Novecento. Sempre durante la Guerra qui furono costruiti diversi apprestamenti militari, bunker rivolti verso quel mare dal quale si aspettavano i bombardamenti Alleati. In effetti si incontrano diversi di questi bunker nel Ponente Ligure, non sempre valorizzati, spesso nascosti. Ma un occhio allenato li sa cogliere… Tornando al tempo presente, oggi la terrazza del bunker è diventata un giardinetto con tanto di panchine, mentre al posto del Casinò ci sono un ristorante stellato e un condominio.






Per visitare il sito e il museo archeologico dei Balzi Rossi occorre fare il biglietto nel corpo di fabbrica del “Museo Nuovo”: con 4 € si ha la possibilità di visitare innanzitutto la Grotta del Caviglione, vedere poi la grotta chiamata Barma Grande, l’allestimento realizzato nell’edificio del vecchio museo e infine quello recentemente rinnovato del “Museo Nuovo”.
Il consiglio – ma ve lo diranno già in biglietteria – è quello di non perdere la visita accompagnata da parte del personale dei Balzi Rossi, all’interno della Grotta del Caviglione. Interno si fa per dire: perché ciò che oggi vediamo del Caviglione è una spaccatura tanto alta, ma poco profonda, nella falesia retrostante. Dunque leviamoci dalla testa l’idea di visitare grotte con stalattiti e stalagmiti, tutt’altro: la Grotta del Caviglione fu poco più di un riparo per i nostri antenati che la frequentarono e anzi, oggi sembra ampia perché nel corso di tante e successive campagne di scavo è stato asportato l’intero deposito archeologico, il quale ha rivelato dei rinvenimenti unici: su una parete l’incisione – invero molto difficile da distinguere – di un cavallo segnato da profondi solchi verticali e negli strati fu rinvenuta la sepoltura di uno scheletro. Particolarmente ben abbigliato lì per lì (siamo nel 1872) esso fu battezzato “Uomo di Mentone” mentre in anni recenti, approfondite indagini antropologiche hanno rivelato la sua identità: è diventato definitivamente, la “Donna del Caviglione“. Si tratta della sepoltura di una donna, dunque, piuttosto alta e robusta, di circa 37 anni, seppellita con tutti gli onori, in posizione fetale e abbigliata con una cuffietta sul capo fatta di conchigliette forate, interamente cosparsa di ocra e deposta con alcuni strumenti da taglio. La sepoltura è esposta – con tutta la spiegazione di come si sia giunti a definirla da uomo a donna – nel Museo Nuovo. Ma la visita in grotta ci consente di vedere a quale altezza gli uomini frequentassero la caverna e in generale il territorio 24.000 anni fa, epoca alla quale risale la sepoltura.

Il territorio all’epoca era diverso dall’attuale. Si è potuto ricostruire che se 220.000 anni fa – epoca alla quale risalgono le prime frequentazioni attestate nell’area – il mare arrivava fino all’imbocco delle grotte e aveva caratterizzato la formazione della falesia dalla parete rocciosa così regolare e verticale – 24000 anni fa, quando la zona era frequentata da gruppi di Sapiens, il mare si era molto ritirato, e la spiaggia si trovava a diversi km di distanza: era dunque un territorio ottimo perché sicuramente frequentato da fauna selvatica facilmente reperibile. E infatti, sempre nel Museo Nuovo, vedremo molti resti faunistici appartenenti a cervi, bisonti, rinoceronti, elefanti…
La Donna del Caviglione non è la sola ad essere stata seppellita – e rinvenuta – ai Balzi Rossi. Poco distante infatti, un’altra grotta, la Barma Grande, restituì una triplice sepoltura, costituita da un adulto e due adolescenti. La Barma Grande non è una grotta particolarmente fortunata: sventrata nel tratto posteriore dal passaggio della ferrovia nella seconda metà dell’Ottocento, fu oggetto di contese tra archeologi e proprietari del terreno, che qui volevano installare una cava. Dovette intervenire Sir Thomas Hanbury (proprietario dei vicini Giardini Hanbury) che fece costruire un piccolo edificio destinato a museo con la finalità di preservare i ritrovamenti. Ma la sfortuna della Barma Grande non finì qui: si pensò che per valorizzare la triplice sepoltura fosse opportuno allestirla direttamente sul posto, in modo da creare (già allora!) un certo effetto wow sui visitatori. Ma durante la II Guerra Mondiale l’area dei Balzi Rossi fu interessata da bombardamenti (e d’altra parte abbiamo visto prima la presenza, non casuale, di un bunker militare nazifascista), e le deflagrazioni alleate non risparmiarono la grotta, centrando in pieno la triplice sepoltura che oggi è esposta nel Museo Nuovo, in buona parte restituita da calchi realizzati sulla base delle scarne ma preziosissime fotografie realizzate prima degli anni ’40. Altro che wow, dunque…
La visita alla Barma Grande è possibile solo dall’esterno: si tratta di un’apertura alta e poco profonda, sventrata dalla ferrovia: l’evento più emozionante è, in effetti, sentire il fragore del treno in corsa che passa all’interno della galleria, disturbando una stratificazione di centinaia di migliaia di anni.
Si prosegue nell’edificio del vecchio museo, un piccolo cubo in pietra voluto da Sir Thomas Hanbury per preservare le scoperte archeologiche dalle logiche del profitto di chi vedeva nei Balzi Rossi una mera cava e non un patrimonio archeologico fondamentale per la storia della preistoria italiana ed europea.
Oggi il vecchio museo presenta un allestimento traccia un percorso generale nella linea evolutiva umana in connessione con il sito dei Balzi Rossi. All’ingresso vi accoglierà una sequenza di calchi di teschi provenienti da varie parti del mondo che rappresentano i vari step dell’evoluzione umana (solo l’ultimo, di Sapiens, è originale e proviene dai Balzi Rossi, risalente a 12.000 anni fa). A parete, vengono raccontate in connessione la storia dei ritrovamenti dei Balzi Rossi e gli scavi condotti nella seconda metà dell’Ottocento da Alberto I di Monaco, che ne fu grande mecenate; inoltre si mette in relazione il sito dei Balzi Rossi con gli altri siti preistorici noti dei dintorni, soprattutto oltre il confine francese, nonché con le cave di pietra individuate per la produzione degli strumenti che i nostri antenati, Uomini di Neanderthal e Sapiens, qui producevano e utilizzavano. La quantità di utensili ritrovati, di schegge, di nuclei (ciottoli dai quali venivano staccate le schegge e le lame), di lame, in pietra e selce costituisce un vero e proprio catalogo per gli appassionati del genere: ogni epoca ha le sue “tecnologie”, se così le vogliamo chiamare, e le sue tecniche di estrazione delle lame, nonché di utilizzo per confezionare armi e strumenti sempre più efficaci per la vita di tutti i giorni.

Sempre nel Vecchio Museo è esposto il reperto più interessante, ancorché piccolo: un frammento di bacino appartenuto a una donna vissuta 220mila anni fa. 220mila: vuol dire un’epoca davvero remota, in cui non esisteva ancora né l’Homo Sapiens, né il Neanderthal, ma l’Homo Heidelbergensis, una fase evolutiva decisamente antica e primitiva, dalla quale però discendiamo oggi noi.
In una saletta infine ci dedichiamo all’arte: vediamo finalmente da vicino il calco, riprodotto fedelmente, del cavallo inciso sulla parete della Grotta del Caviglione; in una vetrina poi scopriamo che dai Balzi Rossi provengono anche delle piccole statuine di Veneri Steatopigie, cioè figure femminili dalle forme particolarmente prominenti, tipica espressione dell’arte paleolitica, che però non sono esposte qui, ma in un museo in Francia. Ai Balzi Rossi ci accontentiamo di vedere le copie.



Infine, visitiamo il Museo Nuovo che, con un allestimento basato su molta pannellistica e illustrazioni, cerca di raccontare la storia degli Scavi dei Balzi Rossi e prima ancora della loro frequentazione nell’età preistorica. In museo trovano posto le sepolture della Donna del Caviglione, di cui già si è detto, ma della quale qui sono raccontate tutte le vicende, ivi compresa quella del riconoscimento definitivo, ed è riprodotto il volto, completo della sua cuffietta di conchiglie; si trova anche la Triplice Sepoltura, di cui si sono salvati lo scheletro dell’adulto e parti delle due adolescenti, oltre agli oggetti di decoro (conchiglie e armi in osso) che facevano parte del corredo. Anche in questo caso l’allestimento è accompagnato da una spiegazione a pannello di tutte le vicende occorse a questi tre individui dopo il loro rinvenimento.





Un certo spazio è lasciato all’industria litica, cioè alle produzioni di schegge, lame, chopper (i nuclei), armi e utensili rinvenuti nei livelli archeologici e che per gli studiosi sono fondamentali per datare le fasi di utilizzo delle grotte. Un po’ meno divertenti, forse, per i visitatori, ma su questo aspetto sospendiamo il giudizio e anzi lasciamo la parola a voi, quando avrete visitato il museo…




Infine si mostra la fauna che popolava l’area dei Balzi Rossi durante l’occupazione umana tra il Paleolitico Medio e Superiore, cioè tra i 60.000 anni (quando c’erano i Neanderthal) e gli 11.000 anni fa (quando invece vi erano i Sapiens): un rapporto di convivenza, certo, ma anche di caccia: è attestato il lupo, la lince, l’orso, ma anche cervidi, il cinghiale, il rinoceronte e l’elefante. E proprio di un elefante è stata rinvenuta una porzione cospicua di scheletro, che è stata musealizzata nell’ultima sala del Museo Nuovo: un allestimento che strizza l’occhio al gioco dell’Allegro Chirurgo e che consiste in un plexiglas di un elefante in scala 1:1 con l’inserimento, nelle parti giuste, delle ossa rinvenute: abbiamo così una tibia pressoché intera, una costola intera, ossa dei piedi, alcune vertebre della coda e della spina dorsale, una zanna incompleta. L’esposizione è di grande effetto, perché rende davvero conto delle dimensioni dell’animale e anche dell’impressione che doveva fare vederlo da vicino.

Finita la visita al Museo e all’Area archeologica dei Balzi Rossi, consigliamo di non tornare alla macchina, ma di proseguire lungo il sentiero che costeggia gli scogli e la spiaggia, in direzione di Ventimiglia, allontanandoci cioè dal confine, ma immergendoci in una sottile striscia di terra stretta tra il mare e il ritmo della risacca da una parte, e la ferrovia dall’altra, che ogni tanto ci fa sobbalzare per il passaggio di un rumorosissimo treno. La costa qui è frastagliata, animata da tante piccole insenature caratterizzate da scogli e dominate da ampie agavi. Una passeggiata piacevole in ogni stagione, sia in inverno, quando è frequentata da davvero poca gente e con la possibilità di vedere il tramonto acceso che scende dietro le alture francesi, sia in estate, quando c’è senz’altro più movimento, ma può venir voglia di fermarsi in una caletta per fare il bagno.









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